“L’ultimo Samurai” di Helen Dewitt, un’opera assolutamente geniale-di Giuseppe Iannozzi

“L’ULTIMO SAMURAI” DI HELEN DEWITT, UN’OPERA ASSOLUTAMENTE GENIALE

di Giuseppe Iannozzi

“L’ultimo samurai” di Helen DeWitt non è semplicemente un romanzo, ma un esperimento letterario perfettamente riuscito che sfida i confini della narrativa contemporanea. Dimenticate i cliché della madre single in difficoltà e del dramma familiare: questo libro è un uragano di intelligenza purissima, ironia affilata e amore per la conoscenza. È un cult assoluto che non si dimentica.

Crescere un bambino prodigio che impara il greco antico a quattro anni e il calcolo avanzato a sei non è un’impresa da poco, soprattutto se vivi in una Londra fredda e sei costantemente al verde. La soluzione di Sibilla? Sostituire il padre assente con il cinema di Akira Kurosawa. Il film ‘I sette samurai’ diventa la bussola morale del piccolo Ludo, una videocassetta consumata fino all’osso, che si trasforma in un manuale di sopravvivenza, onore e coraggio. La ricerca del padre da parte di Ludo diventa così un’odissea picaresca e intellettuale alla ricerca dei sette samurai della vita reale

La scrittura di Helen DeWitt è magnetica. L’autrice non ha paura di osare, inserendo nel testo caratteri giapponesi, ideogrammi, formule matematiche e frammenti di lingue straniere. Non lasciatevi spaventare: non serve una laurea per leggerlo. Questo caos apparente è in realtà una sinfonia orchestrata alla perfezione, che fa immedesimare il lettore nella mente iperattiva e curiosa del piccolo protagonista. Si avverte la frustrazione di essere troppo intelligenti per un mondo ordinario, ma anche la pura gioia della scoperta.

“L’ultimo samurai” è un inno alla curiosità che vi farà venire voglia di imparare una nuova lingua, di studiare la fisica o di rispolverare i classici della letteratura.

È un romanzo profondamente umano, qualità sempre più rara nella letteratura moderna. Dietro l’erudizione e i dialoghi brillanti si nasconde una riflessione commovente sulla solitudine, sul bisogno di paternità e sul legame indissolubile tra madre e figlio. In un panorama editoriale spesso omologato, questo romanzo è una vera e propria perla.

Non è facile scrivere un Capolavoro. Provo a spiegarvelo.

Immaginate una stanza a Londra, alla fine degli anni Novanta. Fuori piove, dentro c’è l’inferno di una mente che viaggia a una velocità proibita per i comuni mortali. Helen DeWitt non ha scritto “L’ultimo samurai”, lo ha partorito come si fa con un’ossessione. C’erano cento manoscritti falliti alle sue spalle. Cento tentativi di intrappolare sulla pagina un’intelligenza troppo enciclopedica per le strutture standard del romanzo moderno. Poi, il punto di rottura. Helen DeWitt si siede alla scrivania con la disperazione di chi non ha più nulla da perdere e un’unica, folle scommessa con se stessa: finire un libro in un mese, oppure farla finita con la letteratura. Ha preso tutto ciò che la circondava e ha dato vita a un Capolavoro.

Helen DeWitt non usava la penna come gli altri scrittori; la usava come uno scalpello per scardinare le regole editoriali. Quando gli editori le dicevano ‘I lettori si spaventeranno, non possiamo stampare gli ideogrammi giapponesi, il greco antico, i caratteri cirillici o l’inuit’, lei si batteva come uno dei samurai del suo libro. La pagina doveva essere un mosaico visivo. Se Ludo imparava il mondo attraverso i simboli, il lettore doveva fare lo stesso. Ha costretto i primi, rudimentali software di impaginazione dell’epoca a fare i salti mortali, trasformando la tipografia in un campo di battaglia. Ha scritto con il ritmo di una sinfonia e la precisione di un algoritmo, digiunando e consumandosi per dare vita a Ludo e Sibilla. Non è stata una scrittura ordinata, fatta di scalette e capitoli pianificati a tavolino. È stata un’esplosione controllata di erudizione e cuore, un corpo a corpo durato anni tra una scrittrice geniale e un mondo editoriale troppo pigro per comprenderla.

“L’ultimo samurai” è un libro che richiede attenzione, ma che ripaga il lettore con una scarica di adrenalina intellettuale. Una lettura totalizzante che vi farà guardare il mondo (e il cinema) con occhi completamente nuovi.

“L’ultimo samurai” di Helen DeWitt è un must.

Helen DeWitt, nata nel 1957 a Takoma Park (Maryland) e figlia di un diplomatico statunitense, ha trascorso buona parte della prima giovinezza all’estero (Messico, Brasile, Colombia, Ecuador). Dopo la laurea e il dottorato in materie classiche a Oxford, dal 1988 si dedica alla scrittura, lavorando a una cinquantina di opere in parallelo mentre si guadagna da vivere come segretaria di uno studio legale. Il romanzo d’esordio, L’ultimo samurai (Einaudi 2025), diventa un caso editoriale alla Fiera di Francoforte del 1999; esce l’anno successivo e viene tradotto in venti lingue. Dopo alterne vicende, legate al destino del primo editore, torna in libreria nel 2016. L’ultima opera di DeWitt è la novella The English Understand Wool (New Directions, New York 2022).

‘L’ultimo samurai” di Helen DeWitt – a cura di Elena Dal Pra – Einaudi – Collana: Supercoralli

©️ Recensione di Giuseppe Iannozzi – Tutti i diritti riservati.

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