Omaggio di Maria Teresa Liuzzo al poeta egiziano Ahmed Adel

CRONACHE DEL FUMO di Ahmed Adel Il mucchio di fumo Il mucchio di fumo continua a formarsi nella mia faretra. Un giorno diventa un lupo… un giorno un agnello… un giorno una primavera nel gelo di gennaio, e talvolta diventa la mia amata. Il mucchio di fumo, mia compagna… vola fuori dalla mia mente e si stende come una zingara sul tappeto della mia stanza, pronta a bussare ai confini della terra, pronta a sedurre la mia solitudine. Ruba l’udito, rapisce la vista, e scorre come un’acqua serpentina che mi stritola. Il mucchio di fumo rotola senza tempo… senza luogo… dentro il mio racconto. Il mucchio di fumo, la mia poesia perduta, la mia rima impegnata nella sua valigia, il mio canto slanciato come una palma esposta al vento. La mia spada squarcia le nuvole e cade senza eco, insieme alle mie ferite e alle mie cadute. Il mucchio di fumo…

la mia ombra siede sulla mia sedia e scrive. Legge le bozze. Scrive versi. Taglia. Brucia. Aggiunge. Oppure cancella. Il mio mucchio entra nell’eremo ed esce dall’eremo, come uno spettro penetrato nei vortici della luce, luce avvolta da altra luce. Un grande vortice si nutre dell’essenza dell’uomo e di una memoria emarginata. Il mucchio di fumo. La mia grotta. La mia patria. Il mio caos ordinato. L’ultimo dinosauro Ho provato a guardare il mondo con gli occhi dell’ultimo dinosauro prima dell’estinzione. Ad accettare con animo sereno l’idea della scomparsa definitiva, senza ricordo né memoria. Quali possibilità aveva? Quali speranze di salvezza? Aveva davvero una scelta, oppure una sola strada: morire o svanire? A volte dalla morte nasce la vita. Ma la morte è morte quando non lascia tracce né ombre. Ho cercato di pensare come lui nell’istante dell’agonia. Che cosa porterò con me mentre guardo l’universo crollare intorno? Montagne che camminano all’indietro…

oppure è questa l’ultima notte che si affaccia sul mio capo senza alba? Verrà qualcuno a cercarmi dopo lo scioglimento della neve? Una domanda trascina con sé mille altre domande. Forse era lo stesso mucchio di fumo a trascinarlo per la sua coda di pietra verso il nulla. L’ultimo dinosauro si è forse suicidato? Le mie labbra mordono se stesse. Il soffitto, le pareti e alcuni scaffali applaudono me e la mia filosofia abbagliante. La morte è morte. La nascita è morte. La vita, in fondo, è morte. In una sola notte ho indossato maschere spaventose. Uno zombie si avvicina. Mi strappa il telefono dalle mani. Mi lancia il cuscino sul volto. Mi costringe al sonno. Prima che l’ultimo dinosauro appaia alla mia finestra. Il Libro dell’Amore Quando il cielo ti riversa su di me come pioggia, non apro l’ombrello. Apro il mio corpo come una pagina antica. Leggerò dal Libro dell’Amore. E nessuno saprà se sto leggendo oppure se sono io ad essere scritto. Non esistono mura qui. Né un silenzio abbastanza grande da contenerci.

Tu entri in me come una rivoluzione che non cerca una ragione. La mia poesia smarrita è tornata dal deserto dell’enigma. Ma non è più la mia poesia. Nei tuoi occhi sono crollate tutte le regole. E le mie parti disperse si sono completate come un bellissimo errore. Il mistero si è fatto da parte. E lo stupore si è suicidato sulla soglia del mio petto. Il bacio non è più un bacio. Ma un incidente nella bocca del linguaggio. Il tuo profumo non si annusa. Mi invade come un soldato senza permesso. I bottoni della camicia sono esplosi. La pelle è caduta sotto forma di un fiume che ignora il proprio nome. Ogni cosa è diventata viva in modo inquietante. Gli abiti della notte sono una sposa in fuga dal proprio specchio. Cleopatra non è più storia.

Ma un corpo seduto dentro di noi. Noi non amiamo. Noi veniamo consumati sotto il nome dell’amore. Avvicinati ancora. Lascia che ti legga fino alla pagina che non può essere scritta. E non raggiungeremo mai la fine. Perché il Libro dell’Amore non conosce la parola “ultimo”. Nulla cambierà Nondimeno… nulla cambierà. Le file delle parole continueranno a stendersi tra me e te. Nulla cambierà. Tu ti copri. Ti sottrai. Rifiuti. Così hai fatto tu, come La Regina della Neve con il boscaiolo. Una domanda. E non desidero risposta. Non voglio da te una risposta. Cambierebbe il volto del mondo se versassi il mio inchiostro nel mare, bruciassi tutte le scialuppe di salvataggio, mi gettassi nelle sue acque e abitassi i corridoi dell’oblio? Nessuno si ricorderà di me. Nessuno chiederà di te. Io e te. Due esseri incontratisi per caso.

O per costrizione. O forse prima ancora che l’idea tra noi riuscisse a nascere. E lo stormo delle parole resterà sospeso tra noi senza scopo. E i messaggi d’amore sciocchezze di adolescenti. Maschere di menzogna e una dimora per i custodi della menzogna. Non piangere. Non strappare i bottoni della camicia. Non voglio assistere alla tua ultima danza sul corpo esile che non si cura dell’inchiostro versato sulla pagina del cielo. La notte scorsa pioveva. Le mie membra tremavano. Non resterà più alcun amore capace di raccogliere i frammenti della mia anima. Non andartene. Non tornare. Tra… e tra…

Così ci siamo abituati. Io. La tua treccia bionda. E le antiche storie di mia nonna. Ci siamo abituati che la fantasia della donna, prigioniera nel rosario del derviscio, cade al primo respiro. I corpi crollano e i respiri salgono. E resta la tua presenza o la tua assenza di colore grigio, come la cenere della mia ultima sigaretta, come lo stormo delle mie parole imprigionate dentro il mio petto, che la prigione della mia bocca trattiene, e la ciliegia oscura della morte sul tuo seno.

Ahmed Adel